XI KANT KONGRESS, XI Congresso Kantiano Internazionale

Piacere, dolore, apatia. Su alcune fonti della psicologia precritica kantiana

Maria Antonietta Pranteda

Edificio: Palazzo dei Congressi
Sala: sala B
Data: 26 maggio 2010 - 17:00
Ultima modifica: 13 aprile 2010

Abstract

PIACERE, DOLORE, APATIA
Su alcune fonti della psicologia precritica di Kant

1. L'applicazione del metodo matematico alla psicologia: solo un desideratum?

Anche la più ingenua osservazione delle nostre sensazioni interiori ci insegna che la sofferenza che stiamo provando non consiste affatto nel mero dileguarsi di un piacere che si è spontaneamente dissolto nel nulla, bensì in una sensazione reale della quale deve supporsi una causa positiva . Ma, già nel saggio Versuch den Begriff der negativen Größen in die Weltweisheit einzuführen, pubblicato nel 1763, le considerazioni che ogni uomo può effettuare sulla propria esperienza interiore sono, secondo Kant, suscettibili anche di una spiegazione scientifica che impiega come proprio strumento nozioni tratte dalla matematica che permettono di conferire ai fatti psicologici una certezza che la filosofia tradizionale non riesce ad attingere.
Alla base di questo progetto si colloca verosimilmente una tesi di ascendenza wolffiana che trova nel Kant precritico un ancor fedele sostenitore: la causa dei fenomeni psicologici e morali «è altrettanto positiva quanto qualsiasi altra forza motrice in natura» . Di fatto, non sembra azzardato individuare dietro la trama del Saggio kantiano - nel quale Wolff non viene però mai citato - l'adesione ad almeno tre tesi fondamentali già espresse nelle opere wolffiane: 1. La valorizzazione dell'esperienza interna e della sua comune osservazione; 2. L'estensione del metodo fisico-sperimentale alla psicologia, al fine di elevare allo status filosofico i dati dell'osservazione interiore; 3. L'esito momentaneamente scettico nei confronti dell'effettiva realizzazione di una scienza certa dell'interiorità dell'anima. Le prime due tesi si connettono strettamente: anche in Wolff si trova l'idea che il fondamento di ogni conoscenza si pone nell'esperienza diretta di ciò che è dato tanto ai sensi esterni quanto a quelli interni. L'esperienza sensibile di quanto abita nella nostra anima è l'origine sia delle cognizioni degli oggetti esterni sia di quelle dei fenomeni spirituali, ed è per questo motivo che il metodo applicato all'indagine sperimentale dei corpi può essere impiegato anche nell'analisi delle dinamiche interne all'anima. Nella filosofia può, quindi, legittimamente trovare posto una Psychologia empirica, «in qua per experientiam stabiliuntur principia, unde ratio reddi possit eorum, quæ per animam humanam fieri possunt» .
La questione non sembra porsi in termini diversi nel saggio di Kant, nel quale egli prende le mosse dal concetto matematico di «quantità negativa» per affermare che questa nozione può rendere ragione anche dei fenomeni di repulsione ed attrazione che si palesano nei conflitti tra piaceri e dolori, bene e male. La quantità negativa, infatti, costituisce «qualcosa che in se stessa è effettivamente positiva e soltanto contrapposta ad un'altra cosa. E parimenti l'attrazione negativa non è già la quiete (…), bensì la repulsione vera» . Da ciò deriva che le diverse forme di opposizione possono avvalersi della nozione di grandezza negativa al fine di calcolare con esattezza il prodotto aritmetico di due forze contrarie, così come avviene nella fisica newtoniana . La grandezza negativa difatti acquista efficacia soltanto nelle contrapposizioni denotate dall'esistenza reale e «se una forza motrice è una delle cause positive, si avrà opposizione reale soltanto quando, nell'unione con un'altra forza motrice, esse annullano reciprocamente le loro conseguenze» .
La conseguenza più feconda di quest'innovazione potrebbe essere rinvenuta nella concreta possibilità di calcolare il grado d'intensità e la durata delle sensazioni psicologiche; tuttavia, il parallelismo tra metodo matematico e indagine psicologica deve essere valutato con notevoli cautele. All'iniziale entusiasmo con il quale Kant propone il suo modello esplicativo della genesi degli opposti sentimenti psicologici si sostituisce una constatazione che lascia aperti dubbi considerevoli sulla certezza raggiungibile nella conoscenza dei moti interiori. Kant non nega che i meccanismi che presiedono alle opposizioni fisiche agiscono anche nell'anima, ma se in fisica la materia può essere modificata da oggetti esterni misurabili, nella psicologia, le variazioni avvengono per cause che non possono essere sottoposte a misurazione precisa . La ragione di siffatta delimitazione è individuabile in un «mutare di rappresentazioni» nel quale «non si riesce a percepire in se stessi una particolare attività dell'animo che agisca onde annullare» quelle «rappresentazioni»; è «nella profondità del nostro spirito» che si cela un «meraviglioso lavorio (…) che nel pieno della sua attività noi non riusciamo a notare, appunto per il fatto che sono tante le azioni e che ciascuna di esse non viene rappresentata che assai confusamente» . Risulta da ciò che Kant conferma in teoria la dottrina del calcolo dei sentimenti fondata sullo strumento dell'opposizione reale, perché è già l'esperienza a dimostrare l'esistenza di tale conflitto; ma questo non impedisce che i sentimenti stessi si rivelino spesso refrattari alla valutazione quantitativa. Il calcolo che in teoria mantiene la sua validità, di fatto non è ancora sviluppato fino al punto di venire a capo della misurazione di sensazioni confuse, miste ed impercettibili.
Se si tornano a considerare i risultati a cui Wolff giungeva, perseguendo il medesimo fine, si verifica che il risultato fondamentale dell'«analogia mensuræ è costituito dalla formulazione di una «psycheometria» che valuta i «gradi» della voluttà e del tedio, dipendenti dalla maggiore o minore vivacità del moto spirituale, da Wolff designata col termine «magnitudo», la quale costituisce appunto l'oggetto della mensura . Tuttavia, l'interpretazione della nozione di psycheometria esige che, in primo luogo, si metta in evidenza che essa è una scienza ancora «in desideratis» . Se non si dispone di strumenti adeguati alla procedura di calcolo necessaria alla conoscenza dei fatti interni alla mente, si è obbligati ad affermare che la psycheometria come scienza è possibile ma rimane ancora soltanto un desideratum, ancorchè il fondamento della sua possibilità poggi saldamente sulla tesi che mondo materiale e mondo spirituale siano «permixti» . Nella psycheometria, insomma, il carattere numerico che designa la quantità di tedio o voluttà non solo non è stato individuato ma nemmeno sembra individuabile in tempi brevi, e ciò perché se il calcolo matematico, inscrivendosi nelle operazioni dell'intelletto, può avvalersi della cognizione distinta delle cose percepite, nella facoltà appetitiva non può contare sulla perspicuità delle forze in gioco . Non è infatti ascrivibile alla sensazione affettiva il carattere di qualcosa che è percepito per mezzo della distinzione di ciascuna nota che lo compone; molto spesso, infatti, voluttà e tedio si mescolano tra loro e, per di più si accompagnano a realtà accidentali e miste .
Nelle riflessioni kantiane del 1763, l'aspirazione al raggiungimento di un'esattezza matematica nella psicologia subisce lo stesso destino delle considerazioni che portano Wolff ad esprimere scepsi sullo stato attuale della possibile certezza delle conoscenze psicometriche. Kant ritiene, a questo punto, che sia sempre possibile che solo se proviamo piacere per qualcosa e dispiacere per l'oggetto opposto ci troviamo di fronte ad un'opposizione reale , la comprensione di tale conflitto, però, ci rimane preclusa.
2. La polemica sullo stoicismo: La Mettrie e Maupertuis
Da tali difficoltà è motivato il giudizio che Kant esprime nei confronti del calcolo della felicità umana tentato da Maupertuis: «il signor di Maupertuis nel suo saggio di filosofia morale ha cercato di calcolare la somma di felicità della vita umana; e del resto essa non può essere calcolata altrimenti; solo che il problema è insolubile per l'uomo, dato che si possono sommare solo le sensazioni omogenee, mentre il sentimento, nel complesso stato della vita è assai vario e segue una quantità di impulsi diversi. I suoi calcoli portarono quell'uomo dotto a un risultato negativo, in cui io tuttavia non posso convenire» . Come calcolare le circostanze della vita e la «possibilità che le condizioni del mondo possano opporsi» ai fattori che favoriscono il nostro piacere ? Maupertuis non tiene conto dell'eterogeneità delle grandezze misurabili e la sua soluzione conduce infine all'apatia stoica. Valutando questa soluzione, Kant osserva: «il saggio stoico era tenuto a sradicare dal suo animo tutte le tendenze che contengono un sentimento di forte piacere dei sensi, perché insieme ad essi nascono sempre le cause di una grande insoddisfazione e di scontentezza che, dato il mutevole corso del mondo, sono suscettibili di annullare tutto il valore delle prime» . Questa nota dimostra come il Versuch über die negativen Größen non presupponga solo l'influenza wolffiana ma anche quella della disputa tra chi, come Maupertuis ha optato per una soluzione stoica del conflitto tra piaceri e dolori e chi, come La Mettrie, ha invece esaltato la forza vitale del godimento dei sensi.
L'Essai de philosophie morale di Maupertuis, cui Kant fa riferimento nel suo scritto del 1763, venne pubblicato in tedesco a Berlino nel 1749 e la sua collocazione nell'ambito della querelle sullo stoicismo si deve al fatto che esso rappresenta anche una replica all'Anti-Sénèque che Julien Offroy de La Mettrie pubblicò nel 1748 in una prima versione intitolata Discours sur le bonheur .
Tanto La Mettrie quanto Maupertuis, nelle opere citate, assumono premesse sensistiche: La Mettrie si prefigge di spiegare e chiarire empiricamente quali siano i desideri e i bisogni reali dell'uomo e con quali mezzi questi possano essere soddisfatti . L'elogio del piacere sensibile contenuta nell'Anti-Sénèque si regge sull'asserzione che l'uomo è un organismo sensitivo e, per questa ragione, «la prima condizione della felicità è quella di sentire» . Maupertuis, da parte sua, esordisce con il riconoscimento della priorità delle percezioni del dolore e del piacere: «definisco piacere ogni percezione che l'anima preferisce provare piuttosto che evitare e definisco dolore ogni percezione che l'anima preferisce evitare piuttosto che provare» .
Quest'apparente similarità di presupposti si sviluppa, però, in Maupertuis in un'accesa polemica contro i filosofi che esaltano solo i piaceri corporei, mentre l'Anti-Sénèque si presenta come un testo coerente fino alla fine nel difendere l'impostazione materialistica . La Mettrie proclama: «Come ci sentiamo anti-stoici (…). Tutti anima, essi prescindono dal loro corpo; tutti corpo, noi prescinderemo dalla nostra anima. Essi si mostrano inaccessibili al piacere e al dolore; noi ci glorieremo di sentire l'uno e l'altro. Tendendo con ogni sforzo al sublime, essi si innalzano al di sopra di tutti gli eventi, e non si credono veramente uomini che nella misura in cui cessano di esserlo» . La Mettrie deplora una morale che trascura la realtà concreta, materiale e corporea dell'essere umano e non comprende la vera natura della felicità, consistente nel soddisfacimento di piaceri vitali, per esaltare invece un autocontrollo razionale che conduce alla solitudine e all'accidia. Il comportamento pratico dei pensatori della scuola di Zenone e Seneca consisteva nel «vivere tranquilli senza ambizione e senza desideri», nal governare le passioni invece di esserne schiavi; nall'essere contenti sia nel dolore che nel piacere, e nel disprezzare la vita per arrivare infine alle virtù attraverso la conoscenza della verità . Coerentemente con il rifiuto di questi precetti, la morale lamettriana non spinge verso l'asocialità, benché richieda un'alta dose di anticonformismo; al contrario, la ricerca della voluttà soggettiva s'inquadra in una concezione antropologica che riconosce l'intima socievolezza dell'uomo e, di conseguenza, la possibilità che si compiano atti sociali che incrementano la felicità di ogni individuo .
In Maupertuis, invece, l'esordio sensistico svanisce con l'accoglimento del modello aritmetico, sì che, per stabilire il grado di felicità che l'uomo può raggiungere nella sua vita, è necessario impiegare un calcolo dei piaceri e dei dolori per confortare la tesi che una scienza del bonheur è possibile. «La valutazione dei momenti felici o infelici è data dal prodotto dell'intensità del piacere o del dolore per la loro durata» . Ben prima dei rimproveri che Kant gli rivolgerà, Maupertuis si mostra conscio della fondamentale differenza tra la comparabilità della durata nel tempo e quella del grado di intensità: «Si possono agevolmente confrontare le estensioni nel tempo (durate), attraverso strumenti che le misurano con precisione, indipendentemente dalle nostre illusioni soggettive; ma non è così per l'intensità (…). Tuttavia, per quanto non disponiamo di strumenti esatti per misurare le diverse intensità, non rinunciamo a compararle e sentiamo in cuor nostro che le une sono più grandi delle altre. Ogni uomo, per una sorta di giudizio naturale, fa entrare la durata e l'intensità nella valutazione confusa che egli fa dei momenti felici o infelici» . Egli si rassegna sia alla vaghezza del «giudizio naturale» sia alla assai poco scientifica «valutazione confusa». Ma a ciò si aggiunga che questo giudizio conduce ad una sconfortante conclusione: poiché l'anima dell'uomo si trova in balia del succedersi delle percezioni stesse, da ciò deriva che «essa si consuma nella molteplicità dei desideri» . Pensare soltanto al desiderio da soddisfare significa per Maupertuis non vivere il tempo che si è effettivamente vissuto e il risultato di ciò è rappresentato dal prevalere dell'infelicità.
L'alternativa a questo vuoto che s'insinua tra un piacere e l'altro potrebbe consistere nel controllo dei desideri operato dalla volontà e dalla ragione, ed è in questo suggerimento col quale si conclude l'Essai, Maupertuis dimostra una prossimità di vedute con le regole di condotta degli Stoici ma, al tempo stesso, manifesta seri dubbi nei confronti della possibilità di tutti gli uomini di metterle in pratica. «Come sono rare quelle perfezioni cui l'anima aspira!» : ognuno fa della ragione un cattivo uso e non si cura del fatto che «una vita più felice può forse provenire dallo sforzo della riflessione» . L'Essai si rivela, in conclusione, uno scritto dominato da un carattere solo parzialmente descrittivo e più che altro normativo che trova nell'etica stoica e cristiana l'unica consolazione di fronte all'infelicità della vita terrena.
Questo confronto tra opposte prospettive spiega la presenza di una nota critica contro lo stoicismo nel saggio sulle Negativen Größen, scritto che, in fin dei conti, intendeva esporre la possibilità di applicare concetti matematici alla filosofia. Se pure il calcolo dei piaceri e dei dolori ha mostrato di essere inaccessibile all'uomo, è pur vero che non sarà certo il tentativo di sopprimere questi moti dell'anima a sottrarre loro la positiva realtà di cause efficienti.

3. Uneasiness e civilizzazione: Kant lettore di Pietro Verri

Il confronto kantiano con l'Essai di Maupertuis e, probabilmente, anche con il non menzionato Anti-Sénèque, rappresenta lo schermo sul quale si delinea la critica kantiana nei confronti di una condotta di vita contraddistinta sia dall'indifferenza verso l'equivocità della sensibilità sia dall'isolamento dal mondo. Nel suo corso di antropologia del 1777-78, Kant ricusa ormai espressamente l'ideale wolffiano di pervenire ad un piacere che nasce dalla concordanza degli elementi eterogenei che si trovano nell'animo e che coincide con la «perfezione» . E' all'opera di Pietro Verri che ascrive invece il merito di affrontare la questione dell'oscurità delle cause interne del piacere e del dolore senza pretendere di oltrepassare con procedure artificiose i dati dell'osservazione empirica e accettando l'imperscrutabilità ultima della sua natura. «L'autore italiano afferma: è impossibile sia determinare questo piacere sia comprenderlo» . Per Verri, infatti, «la sensibilità dell'uomo, il grande arcano, al quale è stata ridotta come a generale principio ogni azione della fisica sopra di noi, si divide e scompone in due elementi, e sono amor del piacere a fuga dal dolore: tale è almeno la comune opinione degli uomini pensatori e maestri» . Il principale maestro di Verri è senza dubbio Locke, letto da Verri nella traduzione francese dell'Essay Concerning Human Understanding ad opera di Pierre Coste. La ripresa della tesi lockiana sulle origini delle passioni dai meccanismi più elementari della sensibilità, è congiunta da Verri alla convinzione che, però, ogni tentativo di scoprire l'«indole» primordiale di questi moti dell'animo si cela nelle tenebre. Verri si propone di fornire nozioni esatte sulla natura del piacere e del dolore fisici senza pretendere, come volevano Wolff e Maupertuis, di illuminare l'arcano della sensibilità con calcoli aritmetici, dal momento che «tutti gli uomini sanno per esperienza cosa gli piace e cosa li disgusta», anche se non tutti hanno la tendenza a scomporre le loro sensazioni per scoprire l'origine ed i caratteri di questi moti del loro animo e a «rintracciare quale sia la proprietà comune a tante e sì variate sensazioni che sono piacevoli, e a tante e sì variate che sono dolorose» . Kant riconosce con Verri che la natura del piacere e del dolore è di essere sentimenti coesistenti e contrapposti nei quali il dolore, in quanto ostacolo che sempre cerchiamo di superare, la componente necessaria dello sviluppo della nostra vita .
Kant si mostra inoltre profondamente partecipe della concezione verriana, contrassegnata sia da echi lockiani sia illuministici, dell'esistenza e dello sviluppo dei sentimenti morali (che egli traduce col termine «idealische Schmertze») . Ispirata dalle dottrine di Locke, Helvétius, Condillac e degli Enciclopedisti, la rilevante innovazione verriana nella disamina dei dolori e dei piaceri consiste infatti nella definizione di essi non solo in termini fisici ma anche «morali»: «chiamo sensazione fisica quella, l'origine di cui si vede cagionata da un'immediata azione sulla nostra macchina. Chiamo sensazione morale ogni altra, in cui questa immediata azione non si conosca» . L'oscurità della proposizione appena citata si dissolve nel corso dell'analisi dei fatti morali, conducendo ad una spiegazione della loro genesi, la quale presuppone l'indagine sui fattori che permettono la civilizzazione dell'uomo. Se l'uomo rozzo prova solo sensazioni fisiche, nell'uomo raffinato dall'educazione, si verifica l'accumulazione di una «maggiore folla delle idee che ha aggiunto alla propria esistenza (…). I piaceri e i dolori morali sono tanto maggiori quanto maggiore è il numero dei bisogni e delle relazioni che un uomo sente di avere cogli altri» . I «dolori ideali» rappresentano per Kant come per Verri il prodotto di idee che rendono possibile l'emancipazione dal dominio dell'attimo presente che accompagna le sensazioni fisiche e la formazione di un timore e di una speranza che aprono il sentimento umano all'anticipazione del futuro. Questa previsione è la condizione essenziale che consente di percepire il dolore ideale come «Stachel» che stimola il raggiungimento di un piacere ideale di grado più elevato .
La «folla di idee» che arricchisce la mente dell'uomo civilizzato presenta sia per Verri sia per Kant l'enorme vantaggio di contribuire ad un'esplicazione più approfondita del dolore morale. Le idee che si affollano nella mente sono contenute nella memoria e nell'immaginazione ed è da queste facoltà che deriva l'acuto dolore morale . La meccanica dei piaceri e dolori morali è da Verri ricondotta alla facoltà umana di prevedere e rammentare, ispirata da Locke che, nell'Essay, sostiene la capacità dell'uomo di disporre di una sorta di «preveggenza» che consente di non essere solo il soggetto passivo di sensazioni presenti ma anche l'essere attivo che efficacemente produce in se stesso le idee di sentimenti distanti nel tempo. Ci troviamo quindi di fronte ad un'interpretazione evolutiva delle nozioni di virtù e vizio, la quale congiunge, nello sviluppo dell'individuo, la naturale tendenza a godere del solo presente con il prodotto di un'educazione che rende possibile l'ampliamento dell'orizzonte delle sensazioni fisiche anche alla loro rappresentazione. «O io mi inganno», scrive Verri, «oppure questa teoria è costante, siccome ho detto, che tutt'i piaceri egualmente come tutt'i dolori morali nascono dal timore e dalla speranza, in guisa tale che, se potesse darsi un uomo incapace di temere o di sperare, questi non potrebbe avere che soli piaceri e dolori fisici» .
Non diversa è la posizione di Kant che condivide con Verri la dottrina dell'importanza del dolore morale nello sviluppo della civilizzazione. Nella Menschenkunde del 1781-82, Verri è nuovamente chiamato in causa: nel suo scritto si ritrova la «fondazione della vera economia della natura umana» ; è l'«Unruhe des Gemuths» la causa della capacità di trarre il meglio di sé, determinando la messa in pratica dei nostri «talenti della ragione e delle forze corporee (…). Il dolore ci è stato dato come pungolo (Stachel) al fine di suscitare l'attività dentro di noi» . Questo genere di dolore, osservava Verri, non induce all'apatia o alla disperazione ma è più affine allo stato di uneasiness, di desiderio e di passione suscitata da una mancanza: il piacere morale è sempre preceduto da un dolore ma senza il dolore non potrebbe essere ricercata «la possibilità di esistere meglio di quello che ora esisto. Dunque speranza suppone mancanza sentita di un bene. Dunque suppone un male attuale, un difetto della nostra felicità. Dunque non posso avere un piacere morale se non supponendomi previamente un male» . Se si osserva l'esistenza dell'uomo comune, «sempre si verifica che il piacer morale non va mai disgiunto dalla cessazione d'un dolor morale; giacché, come si è detto, il piacer morale è sempre accompagnato dalla speranza di esistere meglio di quello che ora esistiamo» . La priorità dell'uneasiness lockiana nella condizione umana è sufficientemente provata dalle considerazioni sulla nascita e l'infanzia dell'individuo, contraddistinta da inquietudine e mancanza che implicano il desiderio di superare questo stato. La soddisfazione che genera piacere nell'attimo della realizzazione della brama dolorosa tende a cessare rapidamente per dar luogo ad altre sensazioni di tormento.
Ancora nelle lezioni del 1784-85, redatte da Mrongovius, Kant osserva che «il conte italiano Verri» ha ben illustrato che il nostro dolore è simile a quello dei bambini che vivono sempre in una situazione di insoddisfazione e sentono la brama di liberarsene; e non dissimile è la condizione del «selvaggio», il quale è mosso a lavorare per assicurarsi il nutrimento spinto da un dolore e non certo da un piacere. E perché mai noi, uomini civilizzati, ci sentiamo spinti a sedere al «tavolo della società» ? Il motivo sta nel fatto che ormai non aspiriamo più soltanto al soddisfacimento dei bisogni fisici ma a quelli «ideali», rappresentati dall'onore e dalla civiltà. Nessun uomo civilizzato separa la speranza della propria felicità dalla consapevolezza che questa dovrà essere basata su piaceri «migliori e più puri». «Per mezzo della cultura possiamo acquisire equanimità. Per mezzo della scienza ritroviamo in noi una profondità interiore con cui riusciamo ad essere soddisfatti e sorretti da noi stessi (…) ed è questa la forza» conferita dai sentimenti ideali . Kant afferma che sia la valorizzazione dei dolori ideali che ci rendono autonomi sia la preferenza per piaceri ideali che solo la società e il progresso storico producono nell'uomo sono ideali che impongono una disapprovazione dello stoicismo . La tesi di Zenone, secondo il quale l'uomo può acquisire la virtù soltanto allontandosi dal mondo potrà valere solo per le società nelle quali la natura impone il dominio di sensazioni esclusivamente fisiche; ciò non è accettabile per noi che viviamo in paesi nei quali il dolore - raffinato dalla capacità ideale della previsione - spinge verso la socializzazione e il lavoro condiviso, le sole condizioni di una saggezza concreta . Gli strali anti-stoici di Verri commentati da Kant traspaiono in controluce: a cosa serve asserire che l'uomo che non si assoggetta al piacere morale si libera anche dal dolore se, per ottenere questo risultato deve isolarsi dalla cultura e dalla vivacità della sua nazione ? Lo stoico è l'uomo che tenta di sottomettere i suoi moti sensibili alla «fredda ragione» e per far ciò si rinchiude in uno strenuo autocontrollo la cui conseguenza però consiste non solo nella bramata tranquillitas animi ma soprattutto nell'ostacolare il progresso civile e culturale che richiede invece l'accettazione dei dolori, dei piaceri e, quindi, dal punto di vista morale, della partecipazione all'esistenza condivisa.
L'illustrazione dei sentimenti morali presenta, dunque, in Verri, un aspetto duplice: da un lato essi si radicano nei meccanismi della sensibilità fisica, dall'altro, invece, si distinguono dai sentimenti meramente corporei in ragione della componente culturale e sociale che li arricchisce. Se è vero che pure nell'ambito etico vale il principio per cui «i piaceri morali nascono da una rapida cessazione del dolore» , poiché la speranza ed il timore che li contraddistinguono sono rappresentazioni di tipo mentale e suppongono una folla di idee combinate ed astratte, è evidente che i sentimenti morali, a differenza di quelli fisici, possono manifestarsi soltanto negli uomini che apprezzino le qualità dell'onorabilità sociale, della gloria, della reputazione e della virtù.
In definitiva, sia Verri sia Kant non possono che concordare con la tesi che la felicità non rappresenta lo stato durevole della vita umana, essi distinguono tra il piacere, che dura una breve frazione di tempo e la felicità che invece è costante; ma soprattutto è il dolore che viene inteso diversamente da come lo intendevano Maupertuis e gli stoici, che l'uomo sia infelice è un dato di fatto che ciascuno constata analizzando i meccanismi della sensibilità. La condizione umana di dominante sofferenza non esorta però né all'apatia stoica né all'ascesi cristiana ma all'utilizzazione del dolore stesso come pungolo costante verso una condizione di vita migliore in una società civilizzata che può progredire solo grazie al «dolore come principio motore dell'uman genere» . Per cui, scrive Verri, «io non dirò che il dolore per sé sia un bene; dirò bensì che il bene nasce dal male, la sterilità produce l'abbondanza, la povertà fa nascere la ricchezza, i bisogni cocenti affinano l'ingegno, la somma ingiustizia fa nascere il coraggio» .