Habitus libertatis. Jacobi e Kant sulla virtù
Marco Ivaldo
Sala: sala Beccaria
Data: 23 maggio 2010 - 14:30
Ultima modifica: 28 aprile 2010
Abstract
In questo contributo desidero prendere in considerazione le visioni della virtù che hanno sviluppato Jacobi nello Allwill e in particolare nel Woldemar e Kant nella “Dottrina della virtù” nella Metafisica dei costumi. Penso che ricostruire e rintracciare prossimità e distanze fra queste concezioni possa arricchire lo studio su un tema ‘classico’ della filosofia morale, come la virtù, che riceve nell’etica contemporanea una rinnovata attenzione. Sia per Jacobi che per Kant la virtù morale è radicata nella libertà, e si presenta come una certa disposizione fondamentale dell’essere ragionevole finito che deve essere da questo coltivata. In questo senso la nozione kantiana di virtù come habitus libertatis può valere anche per rappresentare quella “capacità” dell’”anima” che Jacobi evoca e delinea nel Woldemar: la virtù è una disposizione della persona fondata nella libertà. Tuttavia Jacobi comprende la virtù a partire da un impulso fondante dell’individuo, come estrinsecazione di un “impulso alla virtù” (Trieb zur Tugend). Kant la comprende invece a partire dalla coscienza del dovere (il “fatto della ragione”), come la forza della volontà nell’auto-consapevole adempimento dell’imperativo etico (fortitudo moralis).